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Ricordando Michelangelo: 450 anni dalla morte


pubblicato il 25/02/2014 07:56:49 nella sezione "News"
Ricordando Michelangelo: 450 anni dalla morte

di Clara Renna

Per ricordarlo ho deciso di non postare solo una sua opera d’arte, tra cui davvero c’è l’imbarazzo della scelta e che più o meno tutti conosciamo, ma di condividere con voi anche qualche sua rima. Forse non tutti sanno che l’immenso genio toscano era anche poeta, e sebbene il suo pennello o il suo scalpello fossero molto più eloquenti delle parole, secondo me si dovrebbe conoscere maggiormente questo aspetto letterario, perché contribuisce a delineare in modo molto più completo il suo ritratto.

C’è un aspetto molto interessante che sembra venire fuori da queste pagine: la contraddizione di fondo tra le essenze che animano l’autore, come se l’uomo Michelangelo e l’artista Michelangelo fossero in netto contrasto tra loro. Possiamo parlare di una vera e propria ostilità, uno scontro che logora da anni l’anima del Buonarroti, la scinde e la consuma. Nonostante ciò, Michelangelo non ha nessuna intenzione di abbandonare la propria vocazione artistica, anzi non potrebbe viverne senza. L’immortalità a cui aspira l’artista Michelangelo si scontra inevitabilmente con l’angosciosa mortalità dell’uomo Michelangelo, rendendo questo conflitto senza soluzione. Insomma, protagonista assoluto dei suoi sonetti è sempre e soltanto se stesso, analizzato sotto molteplici aspetti e in diversi modi, dal drammatico all’ironico, e ciò che ne emerge è un vero antieroe tragico, “nemico di me stesso” come scrive Michelangelo in una delle sue rime.

Molto interessante è il contrasto che ironicamente il genio sottolinea, tra l’immagine che tutti hanno dell’artista perfetto e inarrivabile, e l’uomo Michelangelo che, intento a lavorare con fatica alla volta della Sistina, in una posizione molto scomoda, assume l’aspetto di un omuncolo quasi grottesco:

Immagine
I’ ho già fatto un gozzo in questo stento,
come fa l’acqua a’ gatti in Lombardia,
o ver d’altro paese che si sia,
c’a forza ‘l ventre apicca sotto ‘l mento.

La barba al cielo, e lla memoria sento
in sullo scrigno, e ‘l petto fo d’arpia,
e ‘l pennel sopra ‘l viso tuttavia
mel fa, gocciando, un ricco pavimento.

E lombi entrati mi son nella peccia,
e fo del cul per contrappeso groppa,
e’ passi senza gli occhi muovo invano.

Dinanzi mi s’allunga la corteccia,
per piegarsi adietro si ragroppa,
e tendomi com’ arco soriano.

Però fallace e strano
surge il iudizio che la mente porta,
ché mal si tra’ per cerbottana torta.

La mia pittura morta
difendi orma’, Giovanni, e ‘l mio onore,
non sendo in loco bon, né io pittore

Questo eccesso nella descrizione comica rende derisoria l’immagine dell’artista, teso invece nel miracolo della creazione. Quel “né io pittore” finale è ovviamente una chiusa falsamente modesta, perché l’artista conosceva bene il suo valore. Si riferisce però anche al fatto che Michelangelo, nonostante i capolavori pittorici di cui è autore, si considerava a tutti gli effetti uno scultore, e anzi nella discussione che a quei tempi infuocava l’ambiente artistico, su quale disciplina fosse la più degna tra pittura e scultura, il sommo genio toscano non aveva alcun dubbio, affermando l’assoluta superiorità della seconda. Il nome Giovanni invece si riferisce all’interlocutore del sonetto, Giovanni da Pistoia.

Questa autoironia raggiunge l’estremo con uno dei suoi scritti più tardi, in cui assistiamo ad una vera e propria autodistruzione con il sorriso sulle labbra:

i’ sto rinchiuso come la midolla,
da la sua scorza, qua pover e solo,
come spirto legato in un’ampolla:

e la mia scura tomba è picciol volo,
dov’è Aragn’ e mill’opre e lavoranti,
e fan di lor filando fusaiuolo.

D’intorn’a l’uscio ho mete di giganti,
ché chi mangi’ uva o ha presa medicina
non vanno altrove a cacar tutti quanti.

I’ ho ‘mparato a conoscer l’orina
e la cannella ond’esce, per quei fessi
che ‘nanzi dì mi chiamon la mattina.

Gatti, carogne, canterelli o cessi,
chi n’ha per masserizi’ o men viaggio
non vien a vicitarmi mai senz’essi.

L’anima mia dal corpo ha tal vantaggio,
che se stasat’ allentasse l’odore,
seco non la terre’ ‘l pan e ‘l formaggio.

La toss’ e ‘l freddo il tien sol che non more;
se la non esce per l’uscio di sotto,
per bocca il fiato a pen’ uscir può fore.

Dilombato, crepato, infranato e rotto
son già per le fatiche, e l’osteria
è morte, dov’io viv’ e mangio a scotto.

La mia allegrezz’ è la malinconia,
e ‘l mio riposo son questi disagi:
che chi cerca il malanno, Dio gliel dia.

Chi mi vedess’a la festa de’ Magi
sarebbe buono; e più, se la mia casa
vedessi qua fra sì ricchi palagi.

Fiamma d’amor nel cor non m’è rimasa;
se ‘l maggior caccia sempre il minor duolo,
di penne l’alma ho ben tarpata e rasa.

Io tengo un calabron in un orciuolo,
in un sacco di cuoio ossa e capresti,
tre pillole di pece in un bocciuolo.

Gli occhi di biffa macinati e pesti,
i denti come tasti di stormento
c’al moto lor la voce suoni e resti.

La faccia mia ha forma di spavento;
i panni da cacciar, senz’altro telo,
dal seme senza pioggia i corbi al vento.

Mi cova in un orecchio un ragnatelo,
ne l’altro canta un grillo tutta notte;
né dorm’e russ’ al catarroso anelo.

Amor, le muse e le fiorite grotte,
mie scombiccheri, a’ cemboli, a’ cartocci,
agli osti, a’ cessi, a’ chiassi son condotte.

Che giova voler far tanti bambocci,
se m’han condotto al fin, come colui
che passò ‘l mar e poi affogò ne’ mocci?

L’arte pregiata, ov’alcun tempo fui
di tant’ opinion, mi rec’a questo,
povero, vecchio e servo in forz’altrui,
ch’i’ son disfatto, s’i’ non muoio presto.

Vi sottopongo infine un ultimo sonetto, in cui la dicotomia tra artista e uomo è particolarmente evidente. Michelangelo infatti sottolinea che, sebbene sia un grandissimo artista della materia, come artista dell’animo resta un totale fallimento:

Non ha l’ottimo artista alcun concetto
c’un marmo in sé non circoscriva
col suo superchio, e solo a quello arriva
la man che ubbidisce all’intelletto.

Il mal ch’io fuggo, e ‘l ben ch’io mi prometto
in te, donna leggiadra, altera e diva,
tal si nasconde; e perch’io più non viva,
contraria ho l’arte al disiato effetto.

Amor dunque non ha, né tua beltate
o durezza o fortuna o gran disdegno,
del mio mal colpa, o mio destino o sorte;

se dentro del tuo cor morte e pietate
porti in un tempo, e che ‘l mio basso ingegno
non sappia, ardendo, trarne altro che morte.
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