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Quando uno spazio non è uno spazio?


pubblicato il 22/03/2014 11:14:46 nella sezione "Arte Contemporanea"
Quando uno spazio non è uno spazio?
Dalle installazioni alle performance


di Clara Renna

Sono tempi di gran confusione per il pubblico dell’ arte visuale, che sta crescendo rapidamente. Sempre più spazi delle gallerie londinesi sono dedicate alle installazioni, quindi ciò di cui abbiamo bisogno è rispondere a tre semplici domande:

Cos’è un’installazione artistica?

Perché è diventata così onnipresente?

E perché è così irritante?

Iniziamo dalla prima domanda. Cosa sono le installazioni? ‘Installazioni’, risponde il Thames and Hudson Dictionary of Arts and Artists con sicurezza di sé mal riposta, ‘esistono solo finché sono installate’. Grazie mille. Il dizionario continua in modo più promettente: le installazioni sono ‘lavori multimediali, multi-dimensionali, multiformi creati temporaneamente per un particolare spazio o per un luogo specifico, sia al chiuso che all’aperto, in un museo o in una galleria’. Come primo tentativo di definizione non è male. Essa esclude quadri, sculture, affreschi e altre forme d’arte che sono intuitivamente “non-installabili”. Dice anche che niente può essere considerato “installazione” finché questo status non gli viene riconosciuto, per cui il neon nella tua cucina che continua a lampeggiare non è arte, perché non ha avuto il benestare di una galleria.

L’unico problema è che questa definizione è incompleta. In alcuni casi, le installazioni sono state comprate e spostate dalla galleria, per la quale erano state pianificate, e re-installate in un contesto differente. Inoltre, a differenza dei quadri o delle sculture, si ha spesso la necessità di muoversi attraverso di esse per apprezzarne appieno l’effetto. Ciò suggerisce che stiamo abbaiando all’albero sbagliato (modo di dire inglese per intendere che ci stiamo sbagliando, n.d.t.) nel tentativo di definire le installazioni. Non tutte condividono le stesse caratteristiche essenziali. Alcune richiederanno la partecipazione del pubblico, altre saranno create specificatamente per un luogo, altre ancora saranno semplici giochi concettuali che coinvolgono solo una lampadina.

Ciò ci porta alla seconda domanda: Perché ne stanno spuntando così tante in questo periodo? Le installazioni nascono quando, nel 1917, Marcel Duchamp pose un orinatoio in una galleria d’arte di New York e lo chiamò arte.

Questo gesto, il più potente nella storia dell’arte del XX secolo, screditò nozioni come gusto, talento e abilità, suggerendo che ognuno di noi potrebbe essere un artista. Ma perché il numero di installazioni adesso sta crescendo così velocemente?

Il critico americano Hal Foster crede di conoscere la riposta. Egli suppone che la trasformazione chiave dell’arte occidentale dagli anni Sessanta in poi è stata lo spostamento da ciò che Hal chiama una concezione ‘verticale’ dell’arte ad una invece ‘orizzontale’. In passato, i pittori ad esempio erano interessati alla pittura, ad esplorare e sfidare il loro medium fino ai suoi limiti estremi. Loro erano ‘verticali’. Gli artisti ora sono meno interessati a spingere una forma d’arte come pittura o scultura fino dove esse possono arrivare, e preferiscono usare i loro lavori per evocare sentimenti o provocare reazioni. E’ vero, anche la fotografia, la pittura e la scultura possono ottenere lo stesso risultato, ma le installazioni si sono dimostrate più efficaci – forse perché con esse si sente meno lo stress di doversi conformare alle esigenze della tradizione formale, e gli artisti possono esplorarne più liberamente le potenzialità.

Quindi, come mai le installazioni sono così fastidiose? Forse perché in molti casi quando viene meno la maestria, l’arte sembra qualcosa di simile a I vestiti nuovi dell’Imperatore. Forse anche perché gli artisti di installazioni sono spesso così tanto connessi alla storia dell’arte intellettuale e i suoi vari ‘-ismi’, da dimenticare che coloro i quali non hanno conoscenze in merito non capiscono la loro arte, né se ne interessano.

Ma, dopotutto, l’essere irritante non è necessariamente un male per un’opera d’arte, poiché quantomeno costringe il fruitore ad impegnarsi. Prendiamo ad esempio il lavoro di cui abbiamo parlato in precedenza, ‘Lights going On and Off’ di Martin Creed. “La mia opera”, racconta Martin, “è composta per il 50% da ciò che faccio io, e per l’altro 50% da ciò che scatena nella gente. I significati si annidano nella testa degli osservatori, io non posso controllarli”.

Un altro esempio è Double Bind (Doppio Vincolo), la vasta opera di Juan Munoz alla Tate Modern gallery di Londra. Un falso piano ammezzato nell’enorme sala principale è pieno di buchi, alcuni reali, altri Trompe l’oeil. Un paio di ascensori illuminati da una luce algida vanno su e giù, diretti da nessuna parte.

Per coglierne pienamente l’effetto, e andare oltre il mero illusionismo, c’è bisogno di andare al piano inferiore e guardare verso l’alto , attraverso i buchi. Ci sono uomini grigi che vivono in stanze tra le assi del piano, installazioni dentro l’installazione.

Io non capisco né amo necessariamente tutta l’arte delle installazioni, ma ne sono colpito. E’ fastidiosa e bella e strana, ma fondamentalmente tu, spettatore, hai bisogno di fare uno sforzo per riuscire a tirarne fuori qualcosa”.

Ho trovato molto interessanti queste considerazioni, così come anche l’opera di Munoz. In genere concordo sul fatto che le installazioni ti spingono a pensare, ti costringono ad interagire con l’opera, rendendo il tutto molto più stimolante. Ovviamente non sempre sono all’altezza delle aspettative, ma comunque questa è forse la forma d’arte più interessante e ricca di potenzialità del nostro tempo.
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