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Tra dada e Peggy il principe dei camaleonti


pubblicato il 14/08/2013 09:54:36 nella sezione "Fiere e mostre"
 Tra dada e Peggy il principe dei camaleonti
A Basilea la grande retrospettiva
di max Ernst, surrealista che amava sperimentare fino all'8 settembre 2013

di MARCO VALLORA


Si può anche capire che un esegeta-integrale di Max Ernst, assolutamente dedito, come Werner Spies, prenda a pretesto questa sontuosa mostra-monito, già passata per l’Albertina di Vienna, per sparare retrospettivamente contro i reprobi che avevano liquidato la grande sua retrospettiva del Metropolitan del 2005 e specificatamente il critico del New York Times, che s’era permesso di stigmatizzare la «mancanza di gusto» di Ernst (con satira trasparente: gli americani, questi spettatori affrettati, abitudinari, scanditi dalle marche, Coca Cola e McDonald’s, che non mutano mai. Ovvia allusione-sprezzo verso la Pop Art, che Ernst non amava ed ancor meno l’Espressionismo Astratto, benedetto da una delle sue mogli «epocali», Peggy Guggenheim). Ed è vero che, come tutti i veri grandi maestri, il renano principe del camaleontismo, sta tutto in questo motto: «Un pittore può sapere quello che non vuole, ma guai se sa già quello che vuole. Un pittore è perduto quando si trova» (maligna allusione a Picasso?).

Ed è vero anche che, dipingendo, esule, in America, un ritratto che s’intitola Giovane uomo intrigato dal volo di una mosca non euclidea, sta raccontando con molta ironia la visita, storica del giovane e timido Jackson Pollock, che gli viene a chiedere come mai avesse fatto a realizzare quelle orbite apparentemente disordinate e mosse, in tele che sono esposte anche a Basilea (lui ha sempre tenuto ad uno sguardo come dire cosmico, planetario, copernicano). Semplicemente, prendendo una lattina vuota di conserva bucata, riempiendola di tinta, per lo più nera, dovendo spruzzare dei tragitti o delle orbite impazzite, legandola ad un cordino e lavorando, come uno sciamano dionisiaco, col suo pendolino. Ovvio dire che l’idea «rivoluzionaria» del dripping, con un po’ di dispettosa sufficienza, era già inculcata, se non regalata, ma non potremo dimenticare mai questo.

Che il sempiterno dadaista Ernst, anche quando indossa la livrea bretoniana e mai tradita del Surrealismo, cerca sempre di sposare insieme il Caso e il Controllo, l’Azzardo, però regolato e corretto, diretto da una ferrea regia, che è quella della vigilanza «estetica», di cui diremo. Con ironia, quando disegna un’oblunga parodia della ormai asfittica liturgia dei cadavres esquis, infatti è lui da solo ormai a firmare tutto, la chiama ironicamente: «Lezione di scrittura automatica». Che è ovviamente un controsenso: pedante accademia, satireggiata, della dea-casualità. Perché, anche quando, a Cologna, insieme all’inseparabile Arp, fonda il suo di Dadaismo, ben diverso da quello nichilista e zurighese di Tzara e Ball («Dada non vuol dire nulla, Arte è merda») conserva sempre un rapporto, sia pure humoristico e rivoltoso, con il Bello precedente e le vecchie Forme, che magari va a trovare nelle Enciclopedie da ritagliare e nelle riviste, ma che non sconquassa mai, negatore. È questo che forse, con buona pace di Spiess, lo rende avanguardisticamente più attaccabile e fragile.

Va bene esser mutevole e alla perenne ricerca sperimentale d’uno stile provocatorio, ma molti intravedono (meno di Chagall o di De Chirico, ma comunque…) una frattura preoccupante tra il primo infallibile periodo surreal-dadà ed invece le prove post-belliche, abitate da variazioni carbonizzate e troppo decalcomania dell’Isola dei Morti di Boecklin, riscritture minuziose e ramarro dei deliri iconografici di Bosch e Grünewald, simulazioni pittoriche dei deserti western dell’Arizona, ove si aggira incredibilmente hollywoodiano con il nuovo, ultimo amore, Dorothea Tanning. Dopo quello infelice con la surrealista ossessiva Leonora Carrington e quello fulmineo con Peggy. E dopo il complesso «ménage a trois» con Eluard e Gala, che alla fine preferisce Dalì.

Uno jato abbastanza palpabile (anche in questa efficace rielaborazione della mostra viennese, con novità e ripensamenti, dovuta al giovane ed intelligente curatore della Beyeler, Raphael Bouvier) una lacerazione insanabile (?) tra la prodigiosa invenzione grafico-immaginaria di opere come Oedipus Rex o la Pubertè imminente e dei suoi inarrivabile collages feroci e le variazioni tarde, piumose, spugnose, stroboscopiche, guardando più a Moebius che non ai suoi originari De Chirico (e Savinio, in molte corsive scritture grisaille) i metafisici Carrà e sorprendentemente persino De Pisis (anche qui spiagge sabbiose, ove invece di conchiglione e carote s’ergono fontanone e tejere monumentali), Klee e sculturalmente Miró. Utilissimo mostrare le sue tele d’esordio, che molto devono alla cultura russa, del Fante di Quadri, di Larionov e di Chagall, volando sulla città frammentata, ma con acidi ben più biliosi ed espressionisti (la lezione del vento iroso che coinvolge Alma Malher insieme a Kokoschka, nel suo autoritratto tempestoso, in fondo lo ritroviamo ancora nell’apocalittico Sciame di api nel Palazzo di giustizia 1960, che piaccia o non piaccia).

Ma allora, coinvolti dal vento di questo suo rapinoso sperimentalismo tecnico (frottage, grattage, decalcomania, ecc.) dobbiamo sospendere il giudizio di gusto, effettivamente sempre arbitrario? Personalmente ricordo un impari duello, con Roberto Calasso (collezionista di Ernst) in difesa, mia, della statura, anche teorica, di Picabia, rispetto a Ernst (impari, perché non bisogna mai tentare questi opinabili confronti). Rimango dell’opinione che Picabia sia forse più radicale e stimolante, ma ammetto che questa impressionante retrospettiva collabori a far digerire quei soprassalti di leso buongusto. Ernst è comunque (non basta, è vero) ma una spugna-miniera di prelievi e di prestiti/ascolti reinventati (da Klee a Magnelli, da Masson a Lam, da Matta a Tanguy, da Ensor, Redon e Moreau a Penrose) e che poi restituisce, metabolizzati, e insospettabili. Come, ovvio, Magritte, ma poi Sutherland, Guston e Bacon, sì, fino a Bacon. Basta scannucciare le zampe della Vergine, che corregge e castiga il daliniano culetto di Gesù bambino, scandalosamente paonazzo.

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BASILEA, FONDATION BEYELER
FINO ALL’8 SETTEMBRE 2013
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