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Mario Alimede e Bruno Fadel al Palazzo del Bargello di Gubbio
umbria (perugia) gubbio

pubblicato il 30/07/2013 19:36:49 nella sezione "News"
Gubbio - Palazzo del Bargello
3 agosto - 1 settembre 2013


Partirà sabato 3 agosto al Palazzo del Bargello di Gubbio, la mostra bi-personale di Mario Alimede e Bruno Fadel, due autori diversi nella derivazione estetica, ma vicini nell’intento creativo. Entrambi pittori informali che negano la figura oggettiva per dissimulare la realtà delle cose, cercando una via diversa di rappresentazione del mondo che li circonda. Mario Alimede, trentino di origine, pittore, incisore e grafico, inizia ad esporre sin dagli anni 70’, ha lavorato come illustratore e allestitore di mostre. Ormai numerose sono le sue personali e rassegne artistiche collettive a cui ha partecipato, sia in Italia che all’estero. Bruno Fadel è friulano, anche lui inizia il suo percorso artistico negli stessi anni di Alimede, ispirandosi ad autori come Vedova e Afro. Grande sperimentatore cromatico e materico Fadel da un’interpretazione drammatica della realtà. I due artisti al Bargello si confronteranno in un mostra dal titolo emblematico: “Segni e Disegni”, che vuole portare l’attenzione proprio sulla resa grafica della loro interpretazione intimistica del mondo. “E’ davvero un onore poter ospitare due personalità artistiche come Mario Alimede e Bruno Fadel – questa la dichiarazione del Direttore Catia Monacelli – che da Pordenone avranno modo di farsi conoscere dal pubblico umbro e non solo, esponendo un’attenta selezione di opere grafiche su carta”. La mostra che si inaugurerà sabato 3 agosto alle ore 17.30 e sarà l’occasione, inoltre, per presentare il catalogo inedito dei due autori, che porta lo stesso titolo ed è stato curato dal critico Fulvio Dell’Agnese, loro amico ed estimatore, che ha spesso curato le loro vicende artistiche. “La mostra però non termina nelle mura del Palazzo del Bargello – spiega Elisa Polidori, storica dell’arte e curatrice della mostra – ma si protrarrà lungo le vie della città per arrivare ad un altro luogo simbolo, la Chiesa di Santa Maria dei Laici, detta dei Bianchi, dove verrà allestita un’istallazione di richiamo alla mostra principale. Un modo innovativo per far dialogare realtà storiche diverse e far conoscere i due autori a pubblici apparentemente lontani”.

La mostra Segni e Disegni sarà visitabile ad ingresso libero, da mercoledì a domenica, dalle ore 10.30 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 18.00.
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VASO A DUE MANICI della Royal Copenahgen

pubblicato il 30/07/2013 08:52:48 nella sezione "Catalogo"
VASO CASPO' 2 MANICI decorazione manuale Art. 1141689 Antirrhinum - Cymbalaria. L. - Bordura decorazione oro zecchino + fiori in rilievo assortiti
Fascia bordo esterno e interno: 2 cm in orozecchino
altezzza cm 18
Diametro cm 19
Fuori produzione, sconto del 40%


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Porcellana-Royal-Copenahgen-dal-1775

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Portaceri da Terra dell'Ottocento
toscana (firenze) firenze

pubblicato il 29/07/2013 21:18:01 nella sezione "Catalogo"
COPPIA DI PORTACERI DA TERRA
Legno intagliato e dorato.
Inizi del XIX secolo
altezza cm. 119

Portaceri a cinque fiamme caratterizzati dalla presenza di un elemento romboidale centrato da rosetta che si innesta sul corpo verticale. La base è composta da due animali marini speculari dai quali si diparte il fusto, animato da elementi vegetali e impreziosito da girali e rami d’ulivo.

Tornabuoni Arte

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Mobile da Sacrestia del Seicento in arte Veneta

pubblicato il 29/07/2013 21:11:22 nella sezione "Catalogo"
MOBILE DA SACRESTIA
Legno e radica di noce
Veneto, XVII secolo
Cm. 108x214x71


Mobile dall’impianto strutturale architettonico. Il fronte, due sportelli laterali e quattro cassetti centrali, è decorato da formelle scorniciate che simulano piccoli cassetti creando un motivo modulare geometrico. I fianchi presentano cornici a losanga che unitamente al dentello sottopiano donano al mobile un gusto neo quattrocentesco.


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ARTISTA ANONIMO DEL XVII SECOLO- FIRENZE

pubblicato il 29/07/2013 21:05:44 nella sezione "Catalogo"
ARTISTA ATTIVO A FIRENZE NEL XVII SECOLO
''Veduta di Piazza Signoria con il rogo di Savonarola''
Olio su tela, cm. 97x118

Il tragico epilogo della vita di Girolamo Savonarola, predicatore domenicano del convento di San Marco avverso ai Medici e per alcuni anni al potere a Firenze, e dei frati Silvestro e Domenico da Pistoia, ebbe luogo nella fiorentina Piazza della Signoria il 23 maggio 1498. Gli sventurati sono raffigurati in tre momenti diversi: inginocchiati dinanzi alle autorità e al Crocifisso, sul palco che li conduce al supplizio attorniati da membri della compagnia dei Neri, e infine impiccati al centro del rogo. Intorno a loro Firenze è raffigurata in alcuni dei suoi edifici principali, inserendo con una forzatura prospettica anche la cupola del Duomo. Gruppi di personaggi sono disposti sulla piazza, immortalata nel suo aspetto rinascimentale contraddistinto dalla pavimentazione in cotto attraversata da riquadrature in pietra; alcuni sono legati all’evento che si sta compiendo, come i portatori di fascine, altri risultano apparentemente non coinvolti, in conversazione tra loro come in una giornata qualunque. Sulla destra, un gruppetto di domenicani discute con dei francescani. Conosciuta in più repliche, con un prototipo variamente indicato negli esemplari, di poco posteriori all’evento, del Museo di San Marco o di collezione Corsini, questa composizione, proprio per la fortuna incontrata dall’immagine, potrebbe essere originariamente stata commissionata per un edificio pubblico (vedi M. Scudieri in Savonarola e le sue reliquie a San Marco, Firenze, 1998, p. 82). Il nostro esemplare, dalla fattura nettamente più pittorica e fusa di quella osservabile negli esemplari rinascimentali, è una replica seicentesca confrontabile con quella, anch’essa su tela, conservata, come il probabile prototipo attribuibile a Francesco Rosselli, nel museo di San Marco (op. cit., p. 83).

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FERDINAND VAN KESSEL ''Ritratto di Gentiluomo''
toscana (firenze) firenze

pubblicato il 29/07/2013 20:54:57 nella sezione "Catalogo"
FERDINAND VAN KESSEL
Anversa 1648-Bréda 1696?
Ritratto di gentiluomo
Olio su tela, cm. 69,5x56
Firmato sul retro: Ferdi:nt Van Kessel F.

Il gentiluomo raffigurato, agghindato con il caratteristico parruccone a boccoli di gran moda sul finire del Seicento, osserva il riguardante con un’espressione sicura e soddisfatta. Lo splendido ritratto, come attesta la firma posta a tergo della tela in elegante grafia, è opera del figlio del celebre pittore di Anversa Jan van Kessel, Ferdinand van Kessel, artista che fu attivo a Breda per il re di Polonia Giovanni III Sobieski e come pittore di corte del governatore Webbenom. Questo dipinto rappresenta un importante documento per la conoscenza del van Kessel figlio, del quale, come sottolinea Mina Gregori, autrice di uno studio sull’opera, non si conoscono altre opere firmate. La studiosa, che non crede si possa trattare dell’autoritratto per le cronache che ci ricordano il pittore come “malato e deforme”, sottolinea come quest’opera ci permetta di riconoscere in van Kessel un “ottimo ritrattista”, del quale ammiriamo in questo dipinto la raffinata esecuzione degli incarnati, il tocco sicuro e elegante, l’efficace resa psicologica del personaggio effigiato.

Le vita dell'Artista
Ferdinand-Van-Kessel-pittore-olandese

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''PUTTI MUSICI'' di Giulio Cesare Procaccini

pubblicato il 29/07/2013 20:10:20 nella sezione "Catalogo"
GIULIO CESARE PROCACCINI
Bologna 1574-Milano 1625
Putti musici
olio su tela, cm. 127x103

Il recente restauro di questo importante dipinto già presentato da noi alcuni anni fa, oltre a ridare l’originaria freschezza al colore precedentemente offuscato da ridipinture, ha restituito alla vista un terzo personaggio inspiegabilmente occultato. Si tratta del volto di putto in forte scorcio che appare sulla sinistra, alle spalle del fanciullo che suona il violoncello.
Queste novità hanno permesso a Mina Gregori di confermare l’attribuzione precedentemente fatta da Ferdinando Arisi al pittore di origine emiliana, ma milanese di adozione, Giulio Cesare Procaccini, attribuzione che avevamo riferito con un certo margine di dubbio in considerazione degli appesantimenti subiti negli interventi precedenti e dell’importanza del nome proposto. L’opinione di Arisi, che aveva sostenuto il riferimento “per l’intenso cromatismo” ma anche per “i panneggi, percorsi da luci che indicano analogie con opere del Procaccini non molto avanti nel tempo”, è stata adesso riproposta, in seguito al restauro, dalla Gregori. La studiosa ritrova infatti, analizzando il dipinto, le “caratteristiche esecutive” dell’artista nei “piccoli ma significativi brani di panneggi” e “ancora nella disposizione dei corpicini”, nei “tocchi chiari della capigliatura del putto a sinistra nella coppia centrale”, nel “rosato intenso delle ginocchia” e, infine, proprio nel “profilo caldo del putto che s affaccia con una caratteristica movenza all’estrema sinistra”, ossia nel volto di fanciullo che la pulitura ha nuovamente reso visibile. Tra le opere del maestro lombardo che possiamo citare per confronto segnaliamo il Susanna e i vecchioni della Christ Church di Oxford (M. Rosci, Giulio Cesare Procaccini, Soncino, 1993, n. 34, p. 126), che presenta confrontabili movenze e similari risultati nei panneggi e nelle lumeggiature dei capelli.

Giulio Cesare Procaccini, San Sebastiano assistito dagli angeli, Brussels, Musées Royaux des Beaux-Arts

La vita dell'artista
www.antiquariatoearte.com/Articolo/I/rif000010/736/Giulio-Cesare-Procaccini-(Bologna-1574-Milano-1625|GIULIO CESARE PROCACCINI)
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YOSHIE NISHIKAWA IN MOSTRA ALL'HOTEL EXCELSIOR DI PESARO
marche (pesaro urbino) pesaro

pubblicato il 29/07/2013 18:30:33 nella sezione "News"

Le 25 opere fotografiche dell'artista hanno trasformano il primo 5 stelle delle Marche in una splendida galleria d'arte contemporanea

Da Sabato 15 Giugno l'Hotel Excelsior di Pesaro si è trasformato in galleria d'arte ospitando fino al 31 Agosto le opere della celebre fotografa Yoshie Nishikawa.
L'artista giapponese, che dal 1996 fa parte del panorama artistico italiano, ha collaborato in campo pubblicitario con aziende come Ferrari, Fontana Arte, Harrods, Loro Piana, Ermenegildo Zegna ed ha sempre alternato la sua attività professionale con una propria ricerca personale espressa attraverso la fotografia e numerose mostre e gallerie tra Italia, Giappone, Francia e Gran Bretagna.
Tra le sue esibizioni più recenti "Made in Japan", l'estetica del fare" alla Triennale di Milano e "Petali d'oriente" al Museo degli Studi Patri entrambe nel 2012.

Le 25 opere che "vestono" i raffinati interni del 5 stelle marchigiano ripercorrono il lavoro dell'artista che ha svolto sul tema della natura, privilegiando immagini floreali derivanti dai lavori ''La mia Rossa'', ''Eau'' e ''Nature Morte''.
"L'Excelsior ha riportato a Pesaro i valori e l'eleganza di un tempo a partire dalla scelta stessa della città, centrale per l'economia del territorio, fino alla cura di locali silenziosi dedicati alla lettura, appuntamenti culturali aperti alla città" spiega Elisa Giometti Direttrice dell'Excelsior "Questa mostra regalerà ai nostri ospiti, ma anche ai visitatori in zona e agli stessi pesaresi, l'esperienza unica di conoscere un'artista internazionale più da vicino".

Una mostra da non perdere, per appassionati e collezionisti in cerca di veri talenti da aggiungere alle proprie raccolte.


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Porcellana Royal Copenahgen dal 1775

pubblicato il 26/07/2013 16:57:14 nella sezione "Arts & Crafts"

di Linda Coppi

L’amore ed il fascino della porcellana cinese ‘’bianco/blu’’ha investito in più secoli tutte le Nazioni europee, che hanno cercato in ogni modo di emularne la bellezza, basti pensare alla produzione medicea a Firenze nel Cinquecento, che ha portato alla creazione di una porcellana fine e molto resistente, dove vi fu la fusione di elementi decorativi orientali con la classicità rinascimentale. Questo spasmodico desiderio di riprodurre ‘’l’oro bianco’’ non lasciò indifferente la Danimarca, che dovette però attendere sino al XVIII secolo per veder nascere una porcellana di pregio sul proprio suolo. Infatti è solo nella seconda metà del Settecento che questa particolare porcellana fu creata su suolo danese, dal risultato di esperimenti effettuati dal farmacista, Frantz Heinrich Müller, chimico esperto e specializzato in mineralogia.
Nel 1774 Müller infatti, dopo aver creato il suo piccolo forno e dopo molti esperimenti, fu finalmente pronto per proporre a potenziali investitori, la sottoscrizione di azioni che avrebbero dato vita alla fabbrica di porcellana. I risultati iniziarono a giungere l’anno successivo, quando la Regina Juliane Marie e suo figlio Frederik, divennero partner dello stesso Muller dando ufficialmente vita alla ‘Reale fabbrica di porcellana’’. Nel 1790 l’azienda creò quella che sarebbe divenuta la serie dei suoi serviti da pranzo più famosi, ovvero la ‘Flora Danica’, così chiamata in omaggio all'omonimo libro sulla botanica che tanto successo ebbe nelle librerie di Copenaghen dal 1761. Secondo una fonte contemporanea, il primo servizio di piatti “Flora Danica” fu commissionato dal principe ereditario Frederik per conto del re Cristiano VII come un dono per l'imperatrice Caterina La Grande di Russia. Con bordi in oro e decorazioni floreali, è da sempre considerato come uno dei prodotti più originali e ispirati dell’arte europea nel periodo d'oro della porcellana, e che ancora oggi viene prodotto con la stessa perizia tecnica e maestria artistica.
Nel 1868, a causa della privatizzazione delle aziende reali passò in mani private, ma nonostante ciò poté conservare il nome ed il privilegio di usare nel marchio la reale bandiera a coda di rondine. Alcuni anni dopo, tra il 1882 ed il 1884, la fabbrica venne fusa con l’azienda di maioliche Alumina e spostata dal centro di Copenaghen nella nuova sede periferica di Frederiksberg, modificando il nome in Royal Copenahgen. Qui fu nominato un giovane direttore artistico, il pittore e architetto Arnold Krog (1856-1931) il cui primo compito fu quello di riportare la fabbrica al suo splendore facendo rivivere le grandi porcellane ‘’blu scanalate’’. Krog sviluppò una nuova tecnica per la pittura sotto lo smalto, tecnica che permise di dipingere paesaggi e applicare altre decorazioni naturalistiche. Questa nuova tecnica ebbe il suo dovuto riconoscimento all’Esposizione di Parigi del 1889, dove vinse il primo premio ottenendo fama internazionale, tanto da aprire negli anni successivi rivendite dirette a Parigi, Londra e New York
Nel corso del Novecento, fatta eccezione per il periodo bellico della seconda guerra mondiale, periodo dove ha subito, come molte altre aziende in quegli anni, un forte stallo produttivo, la fabbrica ha cercato di rinnovare costantemente il design, mantenendo la qualità artistica e produttiva, sino ad arrivare al lancio del servizio ‘’Elements’’, creato nel 2008 da Louise Campbell, uno dei maggiori progettisti e designer danesi, dove il gusto e la tradizione decorativa si fondono con forme minimali e moderne.




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Morto a Buenos Aires Leon Ferrari. L’Argentina che festeggia un grande Papa, perde un grande artista, il più anticlericale del Novecento

pubblicato il 26/07/2013 10:51:55 nella sezione "News"

di Massimo Scaringella

Considerato uno dei più irriverenti, ribelli e anticlericali artisti del XX secolo, secondo quanto scritto recentemente dal New York Times, questa mattina in una fredda Buenos Aires è morto Leon Ferrari. Figlio di immigrati italiani provenienti da San Possidonio in provincia di Modena, avrebbe compiuto 93 anni il prossimo settembre. Autodidatta, anche se il padre era solito dipingere o affrescare scene religiose utilizzando come modelli tutta la famiglia, compreso il giovane Leon. Si avvicina però all’arte durante il suo primo viaggio in Italia, quando conosce a Roma negli Anni ‘60 Rafael Alberti, con il quale collabora al libro Scritto nell’aria con una serie di disegni che manifestano la sua interesse artistico per la “scrittura visiva” o “scrittura astratta” che continuò per tutta la vita.
Nel 1976 lascia l’Argentina a causa della dittatura e si stabilisce a San Paolo fino al ristabilimento della democrazia nel suo paese. Poi torna a Buenos Aires, dove uno dei suoi figli è presente nel lungo elenco dei “desaparecidos”: Ferrari continua la sua lotta contro tutti gli avversari della libertà, creando opere che stimolano sempre un forte dibattito, come quando nel 2000 presenta un Cristo crocifisso su un bombardiere americano, opera che – esposta di nuovo nel 2004 nel Centro Cultural Recoletà – viene censurata dalle autorità che chiudono anticipatamente la mostra suscitando grande scandalo nel mondo della cultura mondiale. Nel 2007 gli viene assegnato il Leone d’Oro alla carriera alla 52a Biennale di Venezia, e nel 2009 il MoMa di New York presenta una sua grande retrospettiva che include le ultime coloratissime e come sempre provocanti sculture di poliuretano.

Fonte
ARTRIBUNE

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FIRENZE: APERTURA NOTTURNA DEL BATTISTERO DURANTE L'ESTATE
toscana (firenze) firenze

pubblicato il 26/07/2013 10:37:44 nella sezione "News"
Dal 4 luglio al 28 settembre,a Firenze, il Battistero dedicato a San Giovanni Battista, patrono della città, accoglierà i visitatori fino alle 23:00 nei giorni di giovedì, venerdì e sabato, per iniziativa dell’Opera di Santa Maria. L’orario di chiusura alle 19:00, rimarrà invece in vigore per il resto della settimana.

Il Battistero rientra nel circuito del biglietto unico del Grande Museo del Duomo (valido 24 ore) che consente l’accesso anche al Complesso di Santa Maria del Fiore, la Cupola del Brunelleschi, il Campanile di Giotto, la Chiesa di Santa Reparata nel Duomo di Firenze e il Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore.

Nel periodo di maggiore affluenza di turismo, il singolare edificio a pianta ottagonale in cui furono battezzati Dante, Niccolò Machiavelli, Amerigo Vespucci, Cosimo de’ Medici e altre illustri personalità fiorentine, rappresenta un’attrattiva forte anche grazie al best seller di Dan Brown “Inferno” che ambienta proprio qui uno dei capitoli centrali del romanzo.

Fonte
ARTE.IT
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"DONNE IN LUCE" ALLA CASA DEL CINEMA DI ROMA
lazio (roma) roma

pubblicato il 26/07/2013 00:21:35 nella sezione "Fiere e mostre"
Roma, Casa del cinema
11 luglio - 12 settembre 2013

Ghilardi ha scoperto per caso questo spazio abbandonato, un tempo sede dell'Istituto Luce e poi devastato da un incendio, ed ha deciso di dare nuova vita ai personaggi immersi nelle pellicole bruciate coinvolgendo oltre 30 attrici italiane che hanno regalato una parte di sé e della propria immaginazione al personaggio prescelto.
I ritratti di “Donne in Luce” sono stati scattati anche in altri luoghi dove si respira e vive il cinema: dal Centro Sperimentale di Cinematografia all’Istituto Statale per la Cinematografia e la Televisione Roberto Rossellini, dal Museo Agostinelli al Micca Club Roma, da Villa Fabrizia a Lodi al Castello della Castelluccia, dal RosaCroce Art Store Roma al Cinema America occupato.

Hanno partecipato al progetto: Ambra Angiolini, Maria Chiara Augenti, Alessia Barela, Myriam Catania, Giada Colucci, Paola Cortellesi, Eugenia Costantini, Carolina Crescentini, Isabella Ferrari, Francesca Figus, Donatella Finocchiaro, Iaia Forte, Marta Gastini, Claudia Gerini, Nicole Grimaudo, Sabrina Impacciatore, Francesca Inaudi, Valentina Lodovini, Giulia Michelini, Paola Minaccioni, Laura Morante, Ornella Muti, Desire Noferini, Elena Radonicich, Eva Riccobono, Stefania Rocca, Marina Rocco, Nicoletta Romanoff, Lunetta Savino, Valeria Solarino, Federica Vincenti, Daniela Virgilio, Giorgia Wurth.

La mostra raccoglie 25 stampe in grande formato 80 x 120cm e 100 x 150 cm.
Una tiratura limitata delle stampe, sarà messa in vendita durante il periodo della mostra, il ricavato devoluto interamente all’Associazione a Roma Insieme di Leda Colombini, creata da una donna per assistere i figli delle detenute di Rebibbia. Bambini nati senza tempo in una realtà spesso senza sogni. L’obiettivo è quello di portare a conoscenza delle numerose persone che visiteranno la mostra, l’impegno dei volontari dell’Associazione. “Far scoprire a questi bimbi il mondo oltre le sbarre”.

“Donne in Luce” sarà anche il titolo della rassegna cinematografica che porterà nell’arena estiva della Casa del Cinema alcuni dei film interpretati dalle attrici presenti in mostra (tutti giovedì dall’11 luglio al 12 settembre).

L'idea del progetto "Donne in Luce" nasce più di un anno fa, quando casualmente mi ritrovo a vagare all'interno del Municipio X, ex sede dell'Istituto Luce, in Piazza di Cinecittà.
Sono alla ricerca del vigile urbano che mi ha multato a pochi isolati di distanza.
Mentre cammino freneticamente, attraverso vari spazi, per raggiungere la caserma della Polizia Municipale, oltrepassando un giardino, mi imbatto in una palazzina abbandonata, rivestita di edera ed erbacce, annerita in buona parte dagli inequivocabili segni del fuoco. Le porte e le finestre sono sigillate con palanche di legno per impedirne l'accesso. Incuriosito, mi spingo alle spalle di questo "blocco" isolato nel giardino, come se il tempo impietoso lo costringesse solitario e inerme alle intemperie. Soltanto pochi metri più avanti, la vita sembra trascurare la sua presenza. Il quotidiano prende il sopravvento.

Scopro una porta dove mancano i sigilli e mi affaccio per guardare all'interno.
In una sala illuminata dalla luce che penetra da alcuni buchi nel tetto, si svelano macchinari per lo sviluppo ed il taglio delle pellicole cinematografiche. La polvere in sospensione, rischiarata dai raggi che filtrano dai sigilli rotti e dalle finestre distrutte, crea un’atmosfera magica e sospesa.
Il tempo lì si era fermato.

Chiedo di parlare con il Direttore del Municipio (che allora era l'Architetto Francesco Febbraro, colui che ha reso possibile questo progetto e che ringrazio infinitamente) per saperne di più di quel palazzo.
Mi raccontano mille storie differenti sulla vita dell'edificio e sul suo utilizzo. Sicuramente è stato sede per lo sviluppo e il montaggio dei film. Le bellissime porte di accesso alle Camere oscure ed i cilindri girevoli di metallo ormai arrugginito ne sono la testimonianza. Mi parlano anche di scene di celebri film girate sulle terrazze e nelle sale di posa ora incenerite. Poi mi raccontano dell’incendio e degli anni passati aspettando i fondi per un restauro che non è arrivato mai. Sempre più affascinato, torno appena posso a visitare quel luogo dimenticato.

Al piano superiore una piccola sala di proiezione, completamente carbonizzata, lascia il posto ad altri ambienti tristemente distrutti dal tempo.
Come inseguendo però il karma antico di questi luoghi, la luce, che filtra e si fa largo disegnando tagli netti e temperature colore imprevedibili, restituisce agli spazi un fascino eccezionale e la magia del ricordo.
Mi convinco che sia stata proprio la luce a tenere in vita l’edificio, disegnando così un atto di resistenza estremo e poetico contro il tempo, la noncuranza, la nostra sciatta e negligente burocrazia.

È stato così che ho iniziato a sognare di come un luogo ormai finito, inutile, inutilizzabile… potesse risvegliarsi e d’improvviso ribaltare il suo destino, divenire simbolo della passione e delle arti che resistono al cinismo di un’epoca, dove la cosa più semplice e comoda da "tagliare o dimenticare " è sempre la cultura.

Ho iniziato a pensare a come poter far rivivere lo spazio, ho immaginato che, dopo l'incendio, si potesse animare e divenire la roccaforte degli spiriti di quei personaggi che un tempo avevano proprio qui trovato vita e che erano impressi sulle pellicole bruciate. Figure magiche e abbandonate al loro destino che scivolando via dai fotogrammi per salvarsi dalle fiamme vagano come fantasmi in attesa che qualcuno magicamente gli restituisca la loro “parte”.

Per compensare la vetustà e la durezza, imposta dall’incendio e dal tempo passato, avrei dovuto portare grazia e bellezza, fascino e sensualità, coerenza e incoerenza, tutto quello che solo le donne posseggono nella loro straordinaria unicità.
Così ho trasformato quel luogo magico nella "Casa delle Fate" e delle "streghe", se preferite... ed è nato il progetto "Donne in Luce".

Ho invitato le attrici del nostro Cinema che con me hanno immaginato e cercato questi personaggi magici. Ciascuna di loro, con tanta generosità e delicatezza, ha regalato a questi spiriti, recuperati all’incendio, una parte di sé stessa.

Così la giovane e talentuosa Marta Gastini si è misurata con il lato oscuro dei suoi personaggi, tanto lontani dalla propria delicatezza. Con la bellissima Ornella Muti abbiamo ricercato il gioco delle Celebrities in passerella su un red carpet sospeso nel tempo. Valentina Lodovini ha preferito diventare l’addetto alle proiezioni di quel vecchio Cinema bruciato, mentre Isabella Ferrari è presenza sublime indicando le porte d’accesso alle camere oscure. Ho poi ritratto Carolina Crescentini regista di se stessa in un set fiorito tra le macerie. Claudia Gerini, Alessia Barela, Nicoletta Romanoff e Francesca Figus hanno dipinto di colore ed energia lo spazio sognando il “Moulin Rouge”. Sabrina Impacciatore ha giocato con la sua sensibilità onirica per un confronto intimo e intenso dai toni tenui. Ho incontrato una bambola assassina in un vecchio baule dimenticano nella classica soffitta degli horror del passato e assomigliava tanto ad Ambra Angiolini.
Paola Cortellesi, come sempre, ha dato saggio di grande autoironia creando l’incontro tra “il comico” e l’attrice”…
E così via, in una serie di incontri in cui realtà e magia si sono tenuti per mano.

Quando a metà del progetto il Direttore Febbraro, ormai alla fine del suo mandato, mi chiamò per informarmi che finalmente stavano per partire i lavori di recupero di quegli spazi, abbiamo sorriso insieme.
Mi piace pensare che le cose non avvengano mai per caso…
Finalmente quegli spiriti potevano sorridere in pace, lasciando il posto alle persone reali in un luogo che presto sarà di nuovo vivo.

Ho terminato i ritratti di “Donne in Luce” in altri luoghi dove si respira e vive il Cinema, dove l’amore per l’arte si rigenera ogni giorno, insomma dove il cinismo che affossa la cultura viene combattuto a suon di passione e creatività.

Redattore: ANTONELLA CORONA

Fonte
MIBAC

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Stampe d'autore in asta da Bonhams

pubblicato il 25/07/2013 16:34:23 nella sezione "Aste"
Lo scorso 16 luglio, nella sede londinese della casa d'aste Bonhams sono stati battuti 177 lotti dedicati alle stampe d'autore.
Il top-lot è stato ''Lo scherzo''di Ethel Spowers (Australian, 1890-1947), rara linoleografia stampata in giallo ocra, rosso, marrone e blu cobalto del 1932. Aggiudicato per ca.€ 99.000,00
Ben diverso per tecnica e tipologia risulta il lotto 32ar, secondo per valore raggiunto nella vendita, la rarissima incisione ‘’Le Port’’aggiudicata per ca. € 44.000,00 dell’artista Christopher Richard Wynne Nevinson (A.R.A.) (British, 1889-1946), realizzata tra il 1922-1932. Molto probabilmente quest’opera deriva o ne è una rivisitazione, di un’altra opera che l’artista aveva eseguito qualche anno prima, con la tecnica ad olio e che riporta la data 1909.
Molto particolare è stato il lotto 34 composto da una serigrafia a colori del 1975 di Andy Warhol (American, 1928-1987) il cui soggetto è il cantante Mick Jagger, che lo stesso ha firmato in nero a pennarello, numerata 220/250, stampato da Alexander Heinrici di New York. Questa, con il lotto 52 ‘’Il Fissaggio dei Cavi’’ dell’artista Lill Tschudi (Swiss, 1911-2001), linoleografia stampata in nero, grigio, beige e azzurro del 1932, firmata e numerata 3/50, sono state entrambe aggiudicate per ca. € 32.000,00
L’asta ha confermato pertanto l’interesse dei collezionisti per opere che troppo spesso sono state considerate ‘’arte minore’’

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Pedalando nel passato: storie di uomini e di mestieri
toscana (firenze) firenze

pubblicato il 25/07/2013 15:22:46 nella sezione "Fiere e mostre"
Redattore: RENZO DE SIMONE

Firenze, Museo Galileo
20 giugno- 17 novembre 2013

In occasione dei MONDIALI DI CICLISMO, il Museo Galileo ospita un’appassionante esposizione che racconta al pubblico le principali tappe nella storia della bicicletta.

La bicicletta ha una storia ricca di interessanti sorprese. La mostra, che si articola in due sezioni, illustra alcune delle tappe più significative dello sviluppo dei veicoli a due ruote.

Nella prima sezione sono esposti antichi bicicli che fanno parte delle collezioni del Museo Galileo, solitamente conservati nei depositi. Gravemente danneggiati durante l’alluvione di Firenze del 1966 e successivamente restaurati, sono stati donati da vari collezionisti. La raccolta spazia dalla draisina, l’antenato della bicicletta che si spingeva con i piedi, allo “scuotiossa”, il primo velocipede dotato di pedali e freni, ai bicicli dalle grandi ruote anteriori fino ai più recenti “bicyclette” e “bicicletto”.

La seconda sezione è dedicata alle cosiddette “biciclette dei mestieri”. Vere e proprie botteghe ambulanti, questi veicoli sono stati modificati e attrezzati con vari strumenti per lo svolgimento di diverse attività. Risalenti al periodo tra i primi anni del Novecento e il secondo dopoguerra, offrono uno spaccato di vita popolare e documentano antichi mestieri, come l’arrotino, il calzolaio, il burattinaio, alcuni dei quali oggi scomparsi. Le biciclette esposte costituiscono una selezione della collezione di Marco Paoletti.

La mostra è ideata e curata dal Museo Galileo – Istituto e Museo di Storia della Scienza, in collaborazione con Comune di Firenze, Collezione Marco Paoletti, Fondazione Sistema Toscana, Opera Laboratori Fiorentini – Civita Group e con la partecipazione di Biblioteca delle Oblate – Archivio Storico Comunale Firenze.

L’ingresso alla mostra è compreso nel biglietto del museo.

Fonte
MIBAC
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L'Annunciazione di Domenico Beccafumi nuovamente visibile al pubblico
toscana (siena) sarteano

pubblicato il 24/07/2013 17:02:08 nella sezione "News"
Sarteano, Siena, Chiesa di San Martino

Grazie ad un accordo fra il Comune di Sarteano, la Pro Loco e la Diocesi oltre all'impegno profuso dal parroco Don Fabrizio sarà di nuovo possibile, dopo tanto tempo, ammirare 'L'Annunciazione'custodita all'interno della Chiesa di San Martino che Domenico Beccafumi dipinse nel 1546. Grandiosa pala d'altare, fu una delle ultime opere dell'artista, dove si fondono i principi prospettici del Perugino nello sfondo con il grande arco e la natura che lo segue, e la gestualità di Maria nella pala di Simone Martini del Duomo di Siena. La pala che viene citata in un documento del 1548, dove il Beccafumi si lamenta per non essere stato ancora saldato per il suo lavoro, è descritta con una predella con altre figure, oggi andata perduta.
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Diafane passioni. Avori barocchi dalle corti europee
toscana (firenze) firenze

pubblicato il 24/07/2013 14:59:34 nella sezione "Fiere e mostre"
Firenze, Palazzo Pitti, Museo degli Argenti
16 luglio – 3 novembre 2013

Dalla metà del Cinquecento, per circa due secoli, la scultura in avorio fu apprezzata e ricercata dalle corti europee
come una delle massime e più sofisticate forme di espressione artistica.
I più importanti scultori del periodo barocco, sia in Italia che nei paesi transalpini e addirittura nelle colonie
portoghesi e spagnole, si cimentarono in questa tecnica raffinatissima e difficile, che univa alla perizia dell’artefice
la preziosità della materia prima.
In tutta Europa, imperatori e granduchi, papi e principi, altissimi prelati e ricchi banchieri si contendevano l’opera
degli scultori in avorio, e spesso formavano collezioni di capolavori eburnei, che andavano dagli esemplari
figurativi veri e propri ai tour de force torniti. Questi ultimi univano al piacere del capriccio visivo il rigore
scientifico del calcolo matematico.
L’Italia giocava un ruolo chiave per la più grande fioritura della scultura in avorio tra il Cinque e il Settecento: la
seconda dopo quella gotica, che aveva avuto il suo centro a Parigi. Le zanne dell’elefante arrivavano in Europa
attraverso le grandi città portuali, Venezia, Genova, e Napoli, con Roma i centri principali della lavorazione della
preziosa ed esotica materia, ricercata particolarmente per la sua qualità mimetica di raffigurare l’incarnato umano.
L’ammirazione per l’avorio nell’Italia del Sei e Settecento favorì inoltre il collezionismo di avori africani e indiani,
oltre a quelli tardoantichi e medievali. Proprio a Firenze fra il XVII e XVIII secolo si formarono le prime
collezioni di avori di epoche passate, e proprio qui si pubblicarono i primi studi dedicati agli avori medievali.
Con Ferdinando I de’ Medici (1549-1609) a Firenze, ebbe inizio una delle più spettacolari collezioni di avori in
Europa, che continuò ad arricchirsi fino al tramonto della dinastia, raggiungendo numerose centinaia di
esemplari. Per quantità, per qualità ed importanza dal punto di vista storico artistico, la raccolta medicea
raggiunse livelli pari solo a quelli della corte imperiale di Vienna e di quella principescahe di Dresda e di Monaco.
Coppe e rilievi, composizioni mitologiche e scene di genere, santi e ritratti di principesse, scarabattole e torri
tornite: ogni aspetto dell’arte figurativa e astratta è riflesso nell’arte eburnea raccolta a Firenze.
La maggior parte degli avori dei Medici si trovano ora nel Museo degli Argenti a Palazzo Pitti, e costituiscono una
delle grandi attrazioni nelle sale del pianterreno, dove il visitatore entra in un mondo magico di forme diafane,
dalla grazia fiabesca.
Gli avori barocchi, nella loro importanza artistica internazionale, non sono mai stati oggetto né in Italia né
all’estero di una grande esposizione, e questa rappresenta la prima occasione per rimediare a questa lacuna.
Occasione che non è un caso venga colta a Firenze, al Museo degli Argenti, dove si trova la più estesa e
formidabile raccolta storica di avori, composta da opere dei maggiori scultori in questa tecnica. Nella mostra “al
nucleo fiorentino si aggiungono temporaneamente figure, vasi e oggetti oggi conservati nelle principali raccolte
europee e americane, evocativi dell’abilità suprema che fu raggiunta specialmente in area germanica e
mitteleuropea nell’età barocca, mettendo all'opera non solo gli artisti di corte – come il ‘nostro’ abilissimo
Sengher – ma addirittura sovrani sperimentali e di talento, come lo Zar Pietro il Grande” (Cristina Acidini).
Una mostra di quasi centocinquanta pezzi, che unisce i tesori fiorentini a pregevoli esemplari provenienti dai più
importanti musei stranieri e ad altri avori mai visti prima, custoditi in collezioni private, dà vita a un nuovo e
spettacolare capitolo della storia dell’arte: un capitolo mai studiato prima, soprattutto nel suo aspetto
“internazionale”, così peculiare del collezionismo mediceo. La mostra si articola in varie sezioni che percorrono l’arte dell’avorio dal Quattrocento, quando catturò
l’attenzione di Lorenzo il Magnifico, al maturo Rinascimento, fino all’esplosione del Barocco con opere degli
scultori fiamminghi e tedeschi più famosi del periodo, da Leonhard Kern a François du Quesnoy, da Georg Petel
a Balthasar Permoser.
La prima sezione è dedicata al momento della riscoperta dell’avorio come materia prima, e al collezionismo di
avori in Italia – da due ‘olifanti’ congolesi (presenti nelle collezioni medicee dal Ciqnuecento) alle opere
medievali, tra cui il Dittico appartenuto alla collezione di Lorenzo il Magnifico, che di recente è stato identificato
all’Ermitage di San Pietroburgo e ritorna per la prima volta a Firenze, dopo più di cinquecento anni.
In questa sezione vengono presentati anche alcuni capolavori dei primi centri di produzione della scultura in
avorio del Cinquecento: Venezia con opere di Francesco Terrilli e Roma dove i fiamminghi Niccolò Pippi e
Jacob Cornelisz Cobaert furono attivi allo fine del secolo.
La sezione Geometria virtuosa. Gli avori torniti raccoglie particolari e spettacolari esempi della competizione
tra i più importanti tornitori tedeschi nel creare in avorio le figure più complicate, piccoli miracoli di virtuosismo
tecnico che univano simbologia a numerologia, geometria e filosofia. “Poliedri e sfere, scatole cinesi, variazioni
sui cinque solidi della geometria greca sormontati da una guglia sottilissima e spiraliforme” (Marco Riccomini).
L’inventore di questo tipo di oggetto da gabinetto delle curiosità – e allo stesso tempo all’altezza della ricerca
matematica e ingegneristica dell’epoca – fu, alla fine del Cinquecento, proprio l’ italiano Giovanni Ambrogio
Maggiore al servizio delle corti tedesche. Ben 18 i pezzi di questo genere esposti, appartenenti al Museo degli
Argenti e pervenuti grazie al principe Mattias de’ Medici come parte del bottino catturato durante la Guerra dei
Trent’anni: tra le altre, opere di Marcus Heiden e del suo allievo Johan Eisenberg, i migliori tornitori di avorio
dell’età barocca.
La terza sezione, Artisti ultramontani in Italia. I protagonisti dell’avorio barocco espone tra gli altri
capolavori di Leonard Kern e Georg Petel i due grandi scultori attivi nella prima metà del Seicento nel sud
della Germania. Le loro opere mostrano sensibili affinità con la cultura figurativa barocca italiana e testimoniano
dei viaggi dei due artisti a Roma, Napoli, Genova e in Toscana, rivelando in particolare un debito con il
linguaggio figurativo di Peter Paul Rubens.
Si riuniscono inoltre per la prima volta opere di Justus Glesker – che nel Seicento era celebrato come uno dei
migliori scultori del secolo – provenienti da musei nazionali e dall’Estero (Victoria and Albert Museum, Londra;
Galleria Estense, Modena; Ermitage, San Pietroburgo; Bayerisches Nationalmuseum, Monaco di Baviera). Questa
sezione esplora inoltre Genova come centro della scultura in avorio: il caposcuola Domenico Bissoni introdusse
un’espressività estrema e un naturalismo inaudito nella raffigurazione della sofferenza e della morte, che
incontrava particolarmente il gusto del territorio spagnolo, dove venivano spedite gran parte delle opere della
scuola genovese. Anche il fiammingo François van Bossuit, forse il primo artista a cui sia stato dedicato un
catalogo ragionato illustrato, è presente in mostra con opere di soggetto sacro e profano.
La quarta sezione, La fioritura dell’avorio tardobarocco al di là delle Alpi, unisce, tra l’altro, opere di
Christoph Daniel Schenck (che formò il suo stile energico su modello di Francesco Mochi), e che tra l’altro
offre l’opportunità di paragonare opere in diversi materiali, avorio e legno, di formato piccolo e grande.
L’austriaco Balthasar Griessmann, attivo a Salzburg, e Ignaz Elhafen, attivo prima per la corte imperiale di
Vienna e poi per il conte palatino Johann Wilhelm e sua moglie Anna Maria Luisa de’ Medici, svilupparono
metodi innovativi e personali per utilizzare le incisioni – soprattutto italiane – come modelli per le opere.
Testimonianza in mostra ce ne darà il confronto diretto tra la grande incisione di Pietro Aquila del Ratto delle
Sabine di Petro da Cortona e le varie versioni eburnee in rilievo oltre che lo spettacolare boccale di Elhafen
proveniente dalla collezione del margravio di Baden, che dopo la sua vendita nel Canada ora per la prima volta è
tornato in Europa.
La quinta e ultima sezione, L’apice del tardobarocco in Italia, ha come nucleo principale l’opera del grande
Balthasar Permoser attivo a Roma dal 1675 e a Firenze al più tardi dal 1682. Anche per il Permoser l’esperienza
italiana fu di fondamentale importanza: infatti fu colui che condusse lo stile enfatico di gusto tardobarocco, formato sulle opere di Bernini e Foggini, al di là delle Alpi, dove alla corte di Augusto il Forte re della Sassonia e
della Polonia, diresse il cantiere più grande e influente che l’Europa settentrionale e centrale avesse mai visto.
Claude Beissonat, invece, di stanza a Napoli, inviò la maggior parte delle sue opere a committenti spagnoli. La
sezione conclude con il personaggio di Johannes Sporer, scultore tedesco, che durante il suo viaggio di studio si
innamorò di una bella romana e pertanto si stabilì nella Città Eterna dove scolpì copie dall’antico e figure di
soggetti mitologici e anticheggianti sia in bosso che in avorio, varcando la soglia del primo neoclassicismo.
La mostra, ideata e curata da Eike D. Schmidt e diretta da Maria Sframeli, come il catalogo edito da Sillabe, è
promossa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo con la Direzione Regionale per i Beni
Culturali e Paesaggistici della Toscana, la Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed
Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze, il Museo degli Argenti, Firenze Musei e l’Ente
Cassa di Risparmio di Firenze.
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